Il safeguarding nello sport: chi lo fa e cosa fa

Nello sport il safeguarding è il sistema con cui una società, una federazione o un ente di promozione previene e gestisce i rischi di danno verso atleti, minori e adulti in condizione di vulnerabilità che entrano in contatto con l'organizzazione. La particolarità del contesto sportivo è che il rapporto tra allenatore e atleta è insieme educativo, gerarchico, continuativo e spesso affettivamente intenso: è esattamente la combinazione in cui l'abuso attecchisce, e per questo lo sport è diventato uno dei settori in cui il safeguarding si è sviluppato più rapidamente.

Perché nello sport è un caso a parte

Quattro caratteristiche rendono lo sport un ambiente a rischio specifico. Prossimità fisica. L'allenamento comporta contatto corporeo, spogliatoi, docce, viaggi, pernottamenti. Non è un effetto collaterale: è la natura dell'attività. Dipendenza dalla carriera. Un atleta che denuncia rischia la convocazione, la squadra, la borsa di studio, il posto in nazionale. Il costo della segnalazione è altissimo e ricade sull'unica persona che dovrebbe essere protetta. Autorità carismatica. L'allenatore di successo è spesso una figura di riferimento assoluto, con un prestigio che rende difficile credere a una denuncia e facile isolare chi la fa. Il meccanismo noto come grooming — costruzione graduale della fiducia per superare i confini — funziona nello sport meglio che altrove proprio per questo. Cultura del silenzio. "Si è sempre fatto così", la resistenza fisica come prova di carattere, la confusione tra disciplina e prevaricazione. Sono tratti che normalizzano comportamenti che altrove sarebbero riconosciuti come abuso.

Chi fa safeguarding nello sport

Anche qui la risposta è su tre livelli.

A livello internazionale. Il Comitato Olimpico Internazionale ha adottato proprie linee guida e ha istituito una funzione dedicata alla tutela degli atleti; le federazioni internazionali di molte discipline hanno sviluppato policy proprie, in modo disomogeneo. Il quadro generale è quello della Safe Sport, un insieme di standard che diversi organismi promuovono e certificano. A livello nazionale. In Italia il riferimento principale è il CONI, con la Commissione Tutela Minori e Sport, e le Federazioni Sportive Nazionali e Discipline Sportive Associate, che hanno l'obbligo di dotarsi di modelli organizzativi e codici di condotta. Il Dipartimento per lo Sport della Presidenza del Consiglio ha emanato le Linee guida per la tutela dei minori nello sport, cui le società devono conformarsi. Esiste inoltre l'Osservatorio Nazionale per le Politiche in Materia di Tutela dei Minori nello Sport. A livello di società sportiva. È il livello che conta davvero nella pratica. Dal 2024, l'ASD e SSD — associazioni e società sportive dilettantistiche — sono tenute a dotarsi di un Responsabile della protezione dei minori (indicato spesso come Safeguarding Officer), con una formazione specifica, e a integrare nello statuto il principio di tutela. Senza questo adempimento la società non è in regola con l'iscrizione al Registro Nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche. Un punto pratico: nelle società piccole il ruolo è spesso assunto dal presidente o da un dirigente. È la soluzione più diffusa e la meno solida, perché chi dovrebbe ricevere la segnalazione è spesso il superiore o il conoscente dell'accusato. Un sistema funzionante prevede un percorso che scavalca il vertice della società — di norma il riferimento federale o territoriale competente.

Cosa fa, in concreto

Selezione e verifica. Per chi lavora a contatto con minori nello sport non basta il certificato penale. Servono referenze verificate, controllo dei precedenti sportivi (sospensioni, radiazioni, segnalazioni), e attenzione ai volontari, che spesso entrano senza alcun filtro. La continuità del rapporto tra allenatore e atleta nel tempo è un fattore di rischio, non solo di qualità. Codice di condotta. Deve dire cose verificabili: niente contatti privati con minori fuori dai canali ufficiali, niente comunicazioni one-to-one sui social, niente spostamenti in auto da soli con un minore, niente pernottamenti in camera condivisa, niente regali personali, niente rapporti sessuali con atleti maggiorenni affidati in allenamento. Firmato da tutti gli adulti dell'organizzazione, volontari compresi. Regola dei due adulti. Nessun adulto resta solo con un minore in un contesto chiuso: spogliatoio, palestra, trasferta, visita medica. È la misura preventiva più efficace e più semplice da implementare, ed è quella che le società piccole fanno più fatica ad applicare per carenza di persone. Formazione. Obbligatoria, specifica per il ruolo, ripetuta nel tempo. Deve coprire riconoscimento dei segnali, gestione di una rivelazione, e i vincoli di riservatezza sulla divulgazione. Segnalazione. Canali interni alla società, più un canale esterno — federazione, CONI, o autorità — utilizzabile quando il conflitto di interesse interno rende impossibile la segnalazione interna. Deve essere possibile segnalare un sospetto senza dover formulare un'accusa. Gestione del caso. Sospensione cautelativa dell'adulto coinvolto, tutela dell'atleta, accompagnamento psicologico, documentazione scritta di tutti i passaggi, e informazione all'autorità giudiziaria quando ci sono elementi di reato. In Italia, reati contro minori in ambito sportivo ricadono anche sotto la disciplina dell'ascolto protetto e degli obblighi di segnalazione. Sanzioni. Il codice di condotta serve solo se prevede conseguenze: richiamo, sospensione, allontanamento, radiazione, segnalazione alle autorità. E deve valere anche per i dirigenti, non solo per gli allenatori.

Le criticità ricorrenti nello sport italiano

Tre problemi tornano con regolarità. Il primo è la dimensione delle società. La maggior parte delle ASD è piccola, gestita da volontari, senza struttura amministrativa. L'obbligo formale c'è, la capacità di applicarlo spesso no: il Responsabile esiste sulla carta, la regola dei due adulti non è praticabile, la formazione non è stata fatta. Il secondo è la separazione tra livello federale e livello territoriale. La federazione ha una policy, il comitato regionale non sa come gestire un caso, la società non ha un referente a cui rivolgersi. Il canale esterno esiste ma non è conosciuto. Il terzo è la resistenza culturale. Gestire un sospetto significa mettere in discussione una persona stimata, un allenatore che porta risultati, un dirigente storico. La tentazione è chiudere il caso in silenzio e lasciare che vada via. È il modo in cui i sistemi di safeguarding falliscono anche quando sono formalmente impeccabili.

In sintesi

Nello sport il safeguarding è la funzione con cui una società assume la responsabilità dell'asimmetria di potere tra adulto e atleta. Chi lo fa: gli organismi internazionali e nazionali in forma di indirizzo e controllo, la federazione come garante e canale di secondo livello, la singola società — con un Responsabile della protezione dei minori — come livello operativo. Cosa fa: filtra chi entra, scrive regole verificabili, forma, accoglie le segnalazioni, gestisce il caso e sanziona.